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Preveniamolo con l’esercizio fisico!

Lunedì, Giugno 21st, 2010

E’ una questione di esercizio. Fisico soprattutto. Infatti tra i fattori di prevenzione primaria del tumore al seno, fare sport riduce di un buon 20% il rischio che la malattia si manifesti. Jogging, nuoto, lunghe passeggiate sono un toccasana, non solo per la linea, ma soprattutto per prevenire il cancro. La buona notizia arriva da importanti studi e analisi presentati al Congresso della Società Americana di Oncologia Clinica (Asco) a Orlando. Secondo i dati presentati lo sport può diventare un vero e proprio punto di partenza per tenere sotto controllo la salute. Appena 3-5 ore a settimana per migliorare il proprio stile di vita. Non si parla certo di attività agonistica, che al contrario può creare alterazioni del ciclo mestruale. In realtà, il segreto è trasformare il movimento nel proprio stile di vita e grazie alla routine beneficiare degli effetti. Una passeggiata al mare, un po’ di jogging nel parco, in giro in bicicletta, tutti esempi di movimenti che non richiedono sforzi immani ma che possono contribuire al benessere di ogni donna.
Secondo gli esperti che hanno condotto gli studi, l’attività motoria non ha effetti solo preventivi. Infatti, anche per le donne colpite da neoplasia il movimento svolto in maniera regolare, tutte le settimane, arriva a dimezzare il rischio di mortalità per il tumore alla mammella.
Ma di tutto questo, però, ancora c’è poca coscienza sia da parte dei medici che delle stesse pazienti. Ad affermarlo il professore italiano Pierfranco Conte, direttore del Dipartimento di Oncologia dell’Università di Modena e Reggio Emilia: “L’attività fisica - spiega - è una delle più efficaci armi di prevenzione sia del tumore che delle sue recidive. E questo vale per il seno ma anche per altre neoplasie come il cancro al colon”. Una buona abitudine che secondo Conte ha effetti positivi soprattutto per le donne in menopausa:”L’ effetto è più evidente dopo la menopausa, quando ogni ora settimanale di attività fisica abbassa il rischio del 6%”. Ed anche le donne già malate possono trarne benefici: “3-5 ore di attività aerobica ogni 7 giorni - avverte l’oncologo - dimezzano il rischio di morte per questo tumore”.
Il primo passo per diffondere l’efficacia della “cultura del movimento” è quello di sensibilizzare medici e oncologi su questo tema, ancora troppo emarginato. Al momento, in Italia, si presta poca attenzione ai riflessi degli stili vita ai fini della prevenzione e anche gli stessi medici gli danno poco peso. Ne consegue che troppe poche donne, dopo un cancro, decidono di avere uno stile di vita migliore. A controbilanciare ci pensa uno studio dell’Università di Chicago che ha dimostrato come il 48% delle donne a rischio di sviluppare un tumore per fattori genetici ha modificato il proprio stile di vita facendo sport (83%) e adottando abitudini più salutari, anche se raramente se ne parla con il proprio medico. Un’altra ricerca della Jackson Foundation in California ha invece evidenziato dati poco rassicuranti tra le donne che hanno già vissuto l’esperienza del cancro. L’unica modifica dello stile di vita adottata risulta l’aumento della frequenza dell’autopalpazione al seno (dal 61% al 72% ad un anno dalla diagnosi). Si tratta, ha concluso Conte, di “dati sconfortanti rispetto ai quali bisogna cercare un’inversione di tendenza”. L’idea di fondo è chiara: le medicine di certo non devono mancare ma un corretto stile di vita può essere un grande alleato.

Nuove frontiere nella paziente oncologica - 26 Giugno 2010

Lunedì, Maggio 10th, 2010

A Santarcangelo di Romagna, Sala II Lavatoio, via Ruggeri 16, in data 26 Giugno 2010, a partire dalle ore 8.00 si terrà il convegno “Nuove frontiere nella paziente oncologica - mBC HER-2 negativo, il punto sulla terapia in prima linea metastatica”.

Scaricare qui il depliant informativo e la scheda di iscrizione

Un nuovo esame per valutare il rischio di tumore al seno

Domenica, Maggio 2nd, 2010

Un nuovo test messo a punto negli Stati Uniti arriva in Italia grazie all’ attività di ricerca del centro di analisi Fleming di Brescia.
Esso consiste in un esame delle urine che valuta il rapporto tra 2 metaboliti (prodotti del metabolismo): l’ estrone 2 e l’ estrone 16, che consente di individuare in anticipo il rischio di andare incontro al tumore al seno.
E’ dimostrato infatti che la prolungata esposizione agli estrogeni (principali ormoni femminili) è un fattore di rischio determinante per lo sviluppo del tumore al seno, in quanto ormone-sensibile. Gli esperti hanno osservato che le donne con prevalenza dell’ estrone 2 sono più protette rispetto a quelle che producono maggiormente l’ estrone 16. Per questo le donne con un ciclo mestruale precoce (prima di 12 anni) e con menopausa tardiva (oltre i 50 anni) corrono un  rischio maggiore di sviluppare un tumore al seno.
Per ridurre il rischio è consigliabile assumere l’indolono-3-carbionolo, sostanza di cui sono ricchi alcuni alimenti tra cui, in particolare, le crucifere (cavolo e cavolfiore).
Va però sottolineato che questa pratica non è sufficiente da sola a far fronte alla malattia. E’ risaputo ormai che una diagnosi precoce aumenta le possibilità di guarigione. Per questo è bene sottoporsi a controlli periodici da eseguire presso un medico senologo o nei centri di prevenzione.

Responsabili del cancro al seno:le cellule staminali del tumore!

Domenica, Aprile 11th, 2010

Sulla rivista Cell. del 7 aprile è stato pubblicato il risultato di una ricerca coordinata dal professor Pier Paolo di Fiore e dal professor Pier Giuseppe Pelicci, in collaborazione con gli scienziati del Campus IFOM-IEO di Milano (IFOM Fondazione Istituto FIRC di Oncologia Molecolare), dell’IEO (Istituto Europeo di Oncologia) e dell’Università degli Studi di Milano.
La ricerca dell’IFOM rivela che alla base dell’insorgenza dei tumori della mammella e del loro mantenimento ci sarebbero le cellule staminali del cancro stesso, e dal loro numero presente nel tessuto tumorale dipenderebbe l’aggressività dei diversi tipi di cancro al seno.
Lo spiega il professor Di Fiore, scienziato dell’IFOM e Professore Ordinario di Patologia Generale presso il Dipartimento di Medicina, Chirurgia e Odontoiatria dell’Università degli Studi di Milano, che aggiunge “… esse, tuttavia, sono le reali responsabili della nascita e dello sviluppo di un tumore, in quanto sono capaci di duplicarsi praticamente senza limiti.  Proprio queste cellule sostengono la crescita del tumore. In modo simile a quanto accade per le cellule staminali normali nel fisiologico processo di generazione dei tessuti”.
Il professore spiega inoltre che queste cellule riescono a resistere alle terapie di chemio e di radio, con il conseguente fallimento, talvolta, del trattamento.
I ricercatori si sono soffermati, per pervenire a questa scoperta, sulle caratteristiche delle cellule staminali normali. Uno degli autori principali della ricerca, Salvatore Pece, scienziato in IEO e Professore Associato di Patologia Generale presso il Dipartimento di Medicina, Chirurgia e Odontoiatria dell’Università degli Studi di Milano, spiega che questo studio ha permesso “di ottenere la caratterizzazione molecolare completa delle cellule staminali normali e quindi di paragonarle alle cellule staminali tumorali, ottenendo una serie di marcatori specifici capaci di identificare le cellule staminali dei tumori della mammella”.
Gli studiosi hanno capito, attraverso questi marcatori, che solo le cellule staminali tumorali erano in grado di far insorgere e proliferare il tumore e che, in base al loro numero, esse determinano l’aggressività del cancro della mammella.
Di Fiore conclude “le ricadute pratiche della nostra scoperta potrebbero essere molto importanti. Da un lato, per caratterizzare meglio l’aggressività dei tumori al seno, al fine di stabilire l’orientamento terapeutico più adatto. Dall’altro, e questa è la cosa più importante, per adoperare le cellule staminali tumorali come bersagli terapeutici per sviluppare nuovi farmaci che abbiano la potenzialità di eradicare completamente la malattia”.

La diagnosi di cancro sarà affidata all’esame del sangue?

Giovedì, Marzo 11th, 2010

Non è ancora così, ma lo sarà presto.
E’ quanto affermano i ricercatori del Johns Hopkins Kimmel Cancer Center di Baltimora (USA) che stanno sviluppando un nuovo test col quale si potranno individuare le cellule del Dna alterate dalla neoplasia. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista “Science Translational Medicine”.
Il nuovo metodo di indagine consisterà in un semplice prelievo del sangue dal quale si potrà capire quanto un tumore sia esteso o ridotto e si potranno individuare le cellule del DNA alterate e vedere tutte quelle piccole modificazioni del patrimonio genetico atte a constatare se il tumore è recidivo o remissivo. Ciò potrà permettere di adottare terapie mirate a quel tipo di cancro, eliminando tutta una serie di trattamenti pericolosi o, in alcuni casi, inefficaci.
A questo punto della sperimentazione sono stati presi in esame quattro pazienti aventi cancro intestinale e due aventi tumore al seno. Una volta terminato lo studio, i medici sono riusciti ad identificare 15 marker, ovvero i cambiamenti del Dna.
Un problema serio che ostacola questa ricerca: il costo elevato per risalire alla sequenza genica di un paziente.
Ma il coordinatore dello studio, Victor Velculescu, ritiene che entro cinque anni questo nuovo approccio medico potrebbe essere applicato in massa, dando così la possibilità ai medici di individuare la malattia con anticipo rispetto alle scansioni ed alle biopsie, abbattendo notevolmente i costi.

Scoperti i geni responsabili della resistenza alla chemio

Venerdì, Gennaio 29th, 2010

Un team di ricercatori del Dana Farber Institute di Boston ha pubblicato su Nature Medicine una scoperta che consente di prevedere in anticipo se la chemio sulla paziente dopo l’intervento di tumore al seno sarà efficace. Si tratta di una svolta che “potrebbe salvare migliaia di vite ogni anno” in quanto consente di scegliere per tempo altre terapie farmacologiche: così gli scienziati spiegano l’importanza della scoperta dei geni responsabili della resistenza ai farmaci chemioterapici utilizzati per combattere questa patologia. Una resistenza che porta per molte donne a un ritardo drammatico nella terapia, che può sfociare anche nella morte.
Lo studio si fonda su una famiglia di farmaci contro il cancro al seno chiamati antracicline, che sono spesso indicati come ‘adiuvanti’ per la terapia che aiuta a tenere la malattia a bada dopo l’intervento chirurgico. I farmaci, tra cui doxorubicina, daunorubicina e epirubicina, sono assunti da circa la meta’ delle 46.000 donne britanniche a cui ogni anno viene diagnosticato un tumore al seno.
I ricercatori hanno cercato di comprendere  perché alcune donne hanno tratto giovamento dal trattamento, mentre altre hanno subito una recidiva del tumore: hanno perciò studiato campioni di tumore al seno in 85 donne, per cercare le differenze che spiegherebbero questa difformità. In circa un campione su cinque due geni in particolare erano iperattivi, consentendo al cancro di resistere al trattamento farmacologico. E proprio le donne a cui appartenevano questi campioni erano quelle che avevano tratto molto meno giovamento dalla chemioterapia, con recidive e metastasi. “Questi risultati - spiega il ricercatore Andrea Richardson - suggeriscono che i tumori resistenti alle antracicline possono ancora essere sensibili ad altri agenti. Per questo un test su questi geni sarebbe molto utile per definire la terapia più efficace per queste pazienti”.
Un kit per questo tipo di test genetici, aggiunge lo scienziato, non dovrebbe essere difficile da sviluppare, e “potrebbe essere sperimentato sui pazienti in meno di un anno”. -

Dalla I guerra del Golfo nuove possibilità di diagnosi del linfedema?

Mercoledì, Gennaio 6th, 2010

La diagnosi strumentale del linfedema è ancora oggi un problema a causa della struttura particolare del sistema linfatico.
Esso è costituito da una rete di piccoli vasi che trasportano la linfa, un liquido trasparente costituito prevalentemente da acqua contenente proteine, sali, grassi, globuli bianchi, collegati tra loro da gruppi di strutture a forma di fagiolo, chiamati linfonodi e situati in varie parti del corpo. Il loro compito è quello di assorbire questo liquido dagli interstizi delle cellule, talora contenente tracce di corpi estranei e microorganismi, e spingerlo all’interno del sistema venoso che lo purificheranno.
Se il flusso regolare della linfa viene interrotto o danneggiato, si può verificare un rigonfiamento, detto linfedema, nell’area del corpo dove questo danno è avvenuto, a causa dell’accumularsi del liquido che può provocare limitazione nel movimento, dolore,  disagio anche nell’abbigliamento e, se non viene trattato adeguatamente, può rimanere permanente e indurre infezioni.
Le cause principali di questo danno sono i traumi, le malformazioni congenite, la chirurgia per tumori. Le donne operate al seno, ad esempio, sono particolarmente a rischio perché, durante l’intervento per la rimozione del carcinoma, il chirurgo deve asportare uno o più linfonodi ascellari e questo può provocare l’insorgenza del linfedema nel braccio nel lato dell’intervento subito, anche a distanza di anni.
Con le moderne tecniche chirurgiche il rischio di sviluppare un linfedema sono diminuite ma non eliminate, per questo dei ricercatori della University of Texas Health Science Center di Houston stanno cercando di conoscere meglio il sistema linfatico per capirne a fondo il funzionamento e mettere a punto tecniche per un trattamento efficace.
La ricercatrice Eva Sevick, Ph.D afferma che la linfa è un liquido troppo chiaro per essere visibile con i raggi X o con altri sistemi di diagnostica per immagini (imaging scans). Inoltre i vasi linfatici sono così sottili che non è nemmeno possibile iniettarvi il liquido di contrasto usato nelle tecniche di visualizzazione  standard.
I ricercatori hanno allora pensato di applicare in medicina una tecnologia usata durante la prima guerra del Golfo per osservare il flusso della linfa attraverso i vasi, la “near-infrared (night vision) imaging”:
questa tecnica utilizza la combinazione di un colore fluorescente iniettato in piccola quantità sotto la pelle, che a poco a poco viene assorbito dai vasi linfatici e successivamente trasferito nel sistema venoso, di un laser in grado di rendere luminoso questo colorante e di una macchina fotografica capace di captare la sia pur minima quantità di luce. Da tale combinazione ne deriva una sequenza di immagini che, come in un video, evidenziano ai ricercatori il flusso della linfa all’interno dei vasi, lungo tutto il suo percorso.
Ciò permette ai ricercatori di identificare le zone del sistema linfatico a rischio ancor prima che il paziente accusi il problema e rende possibile la messa a punto di nuovi trattamenti o di scoprire nuove possibilità per prevenire  la patologia.

autopalpazione:è una pratica da seguire nella prevenzione del carcinoma mammario?

Giovedì, Novembre 26th, 2009

I pareri dei medici sulla pratica dell’autopalpazione sono molteplici e spesso contradditori. Alcuni sostengono che rischia di provocare troppa ansia per cui, nel rapporto costi benefici, è meglio non effettuarla. Altri invece ritengono che possa essere un’occasione in più per diagnosticare precocemente tumori di intervallo o non individuati dalla strumentazione diagnostica. Questa tesi è accolta con favore dalla maggior parte delle donne operate, che spesso hanno individuato da sole il nodulo. Abbiamo rivolto il quesito alla Dottoressa Nives Moroni, dedicata al settore della prevenzione dell’U.O. dell’Oncologia di Rimini, che ci ha dato la seguente risposta:
“Fermo restando che l’autopalpazione non sostituisce in nessun modo il periodico e regolare controllo medico, è consigliabile che ogni donna esegua mensilmente l’autopalpazione del seno, come pratica utile per  integrare le rilevazioni del medico senologo e individuare in fase precoce l’insorgenza di noduli o addensamenti in precedenza non riscontrati.
Il periodo più adatto per questo esame, in età fertile, è quello che segue il ciclo mestruale, quando il seno si presenta meno turgido ed è quindi meglio esplorabile. La posizione supina è la più consigliabile in quanto la ghiandola mammaria si assottiglia e rende più facile la scoperta di tumefazioni, usando i polpastrelli della mano stesa ed esplorando tutti i settori in maniera meticolosa.
L’autoesame del seno dovrebbe anche comprendere l’ispezione davanti allo specchio con le braccia abbassate lungo il corpo, poi alzate sopra la testa, poi spinte sui fianchi, al fine di individuare asimmetrie dei profili mammari e dei capezzoli, retrazione della cute, aumento di volume monolaterale.
Naturalmente l’autoesame non sarà subito facile e potrà persino aumentare i dubbi, però la consuetudine con questa pratica permetterà di accorgersi precocemente di eventuali cambiamenti, in modo da rivolgersi quanto prima al medico, che predisporrà gli accertamenti del caso.
Gli esami che sono utili per la diagnosi comprendono prima di tutto la visita del medico senologo che valuterà con quali esami strumentali procedere ( mammografia, ecografia, risonanza magnetica, ago aspirato per esecuzione di esame citologico, biopsia percutanea, per esame istologico, esame citologico del secreto mammario, duttogalattografia se l’esame citologico del secreto depone per un papilloma dei dotti).
Queste tecniche consentono di individuare tumori di piccole dimensioni. Comunque lo studio dei fattori biologici che caratterizzano meglio ogni singola neoplasia e le attuali terapie mediche mirate, unite al trattamento radioterapico (intraoperatorio o differito) consentono di avere una buona risposta anche in tumori di grandi dimensioni”.

Influenza A e tumore al seno

Martedì, Novembre 17th, 2009

Le notizie quotidianamente diffuse dai media a proposito dell’influenza A creano un’ansia in più nelle donne operate di carcinoma mammario e molte di loro si rivolgono a noi per chiedere consigli sul comportamento da tenere rispetto alla nuova pandemia e sull’opportunità di farsi vaccinare.
Le maggiori inquietudini riguardano il timore che, a seguito della patologia di tumore al seno, l’organismo sia indebolito e dunque più predisposto a contrarre il virus H1N1 e inoltre  quale debba essere il comportamento da tenere per assicurarsi maggiori probabilità di buona salute
Per dare risposte corrette alle donne che ci interpellano, abbiamo formulato delle domande su questo tema al Dott. Alberto Ravaioli, direttore dell’U.O. di Oncologia dell’ospedale “Infermi” di Rimini e al Dott. Lorenzo Gianni, responsabile del Day Hospital Oncologico ed Oncoematologico.
Domanda: “Per una donna che sia stata affetta da cancro al seno esistono maggiori rischi di contrarre il virus dell’influenza A?”.
Risposta: “No, anche se una donna è stata colpita da tumore al seno ed ha effettuato una terapia chemioterapica o ormonale ha le stesse probabilità di ammalarsi di tutti gli altri”.
D.: “E’ più tutelata se si sottopone alla vaccinazione?”.
R.: “Se vuole, può richiedere al suo medico di farsi vaccinare ma non è indispensabile,  a meno che non abbia condizioni generali di salute compromesse. Particolare attenzione, da parte del medico, deve essere rivolta alle pazienti con metastasi o che abbiano appena terminato una terapia anti cancro ”.
D.: “E se la terapia è in corso?”
R.: “Anche in questo caso sarà il medico oncologo curante, insieme alla paziente, a valutare il comportamento più idoneo, tenuto conto del suo stato di salute generale”.

Lipofilling: nuova tecnica ricostruttiva della mammella

Lunedì, Ottobre 19th, 2009

Il Dott. Domenico Samorani, chirurgo oncoplastico dell’Azienda USL di Rimini, in un incontro organizzato dall’associazione ADOCM Crisalide, ha aggiornato le informazioni precedentemente fornite sulla tecnica chirurgica denominata Lipifilling. Ecco la sua dichiarazione:

“Così come ho avuto modo di sottolineare i punti critici della tecnica nota come LIPOFILLING così oggi mi sento in dovere di correggere il mio giudizio alla luce dei nuovi dati scientifici pubblicati ai recenti congressi sul tema.

In particolare l’uso di questa tecnica si sta allargando a macchia d’olio anche presso i più nobili istituti di cura e di ricerca come IEO, fino a pochi mesi fa restii ad usarla.
I risultati estetici e scientifici e soprattutto il grande aiuto che questa tecnica offre al chirurgo oncoplastico per correggere gli inestetismi della chirurgia conservativa, ne fanno uno strumento indispensabile già da subito per migliorare la qualità del servizio offerto alle donne segnate dalla malattia.

Per quanto concerne la possibilità di ricostruire completamente la mammella attraverso la tecnica di lipofilling i primi risultati sono più che incoraggianti.
La tecnica, nota come ESPANSIONE INVERSA, consiste in questo : ad ogni seduta, eseguita in anestesia locale, si rimuove 100cc di fisiologica dall’espansore e si introduce 100 gr di linfograsso sottocute e questo per 4-6-8 sedute.
I risultati sono entusiasmanti per quanto riguarda la forma, il profilo e la morbidezza che raggiunge la nuova mammella che appare molto più fisiologica della ricostruzione con protesi e persino con lembi muscolo-cutanei ed immagino che noi tutti operatori del settore dovremo fare nostro questo risultato”.