Scoperti i geni responsabili della resistenza alla chemio

Un team di ricercatori del Dana Farber Institute di Boston ha pubblicato su Nature Medicine una scoperta che consente di prevedere in anticipo se la chemio sulla paziente dopo l’intervento di tumore al seno sarà efficace. Si tratta di una svolta che “potrebbe salvare migliaia di vite ogni anno” in quanto consente di scegliere per tempo altre terapie farmacologiche: così gli scienziati spiegano l’importanza della scoperta dei geni responsabili della resistenza ai farmaci chemioterapici utilizzati per combattere questa patologia. Una resistenza che porta per molte donne a un ritardo drammatico nella terapia, che può sfociare anche nella morte.
Lo studio si fonda su una famiglia di farmaci contro il cancro al seno chiamati antracicline, che sono spesso indicati come ‘adiuvanti’ per la terapia che aiuta a tenere la malattia a bada dopo l’intervento chirurgico. I farmaci, tra cui doxorubicina, daunorubicina e epirubicina, sono assunti da circa la meta’ delle 46.000 donne britanniche a cui ogni anno viene diagnosticato un tumore al seno.
I ricercatori hanno cercato di comprendere  perché alcune donne hanno tratto giovamento dal trattamento, mentre altre hanno subito una recidiva del tumore: hanno perciò studiato campioni di tumore al seno in 85 donne, per cercare le differenze che spiegherebbero questa difformità. In circa un campione su cinque due geni in particolare erano iperattivi, consentendo al cancro di resistere al trattamento farmacologico. E proprio le donne a cui appartenevano questi campioni erano quelle che avevano tratto molto meno giovamento dalla chemioterapia, con recidive e metastasi. “Questi risultati – spiega il ricercatore Andrea Richardson – suggeriscono che i tumori resistenti alle antracicline possono ancora essere sensibili ad altri agenti. Per questo un test su questi geni sarebbe molto utile per definire la terapia più efficace per queste pazienti”.
Un kit per questo tipo di test genetici, aggiunge lo scienziato, non dovrebbe essere difficile da sviluppare, e “potrebbe essere sperimentato sui pazienti in meno di un anno”. –

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